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Immaginare con gli occhi e con l’anima: l’AI come strumento non come padrone

Da tempo propongo esercizi di immaginazione guidata, in cui la voce accompagna il paziente o il lettore in un viaggio interiore: un sentiero, un mare, una stanza, un incontro simbolico.
Per molte persone questo tipo di lavoro è naturale: chiudono gli occhi e le immagini arrivano da sole. Per altri, invece, “vedere dentro” è faticoso. La mente resta vuota, oppure si riempie di pensieri pratici, di liste di cose da fare, di preoccupazioni. Proprio pensando a loro, questo mese ho sperimentato una modalità nuova: alla mia voce ho affiancato immagini generate con l’intelligenza artificiale, che scorrono mentre l’immaginata si svolge.

L’idea è semplice: offrire un appoggio visivo a chi fa più fatica a costruire da sé le proprie scene interiori.
Le immagini non sostituiscono il mondo interno, ma lo evocano, lo suggeriscono, come se fossero un primo gradino per poi lasciare che, gradualmente, ciascuno inizi a immaginare con le proprie forze. È un esperimento, e aspetto con curiosità i commenti di chi guarderà il video: solo ascolto? Solo immagini? O la combinazione di entrambi? Mi interessa capire se questa linea di lavoro possa aiutare davvero chi si sente “bloccato” nel fantasticare.

Quando immaginare diventa difficile

Non tutti abbiamo la stessa facilità ad accedere alle immagini interiori.
Ci sono persone che, fin da bambini, vivevano immerse nella fantasia, inventavano mondi, dialoghi, storie. Altri, sin da piccoli, hanno dovuto essere concreti, pratici, iper-razionali: la vita chiedeva loro di “tenere duro”, di controllare, di non perdersi nei sogni. Crescendo, queste differenze si cristallizzano: c’è chi chiude gli occhi e vede subito colori, volti, paesaggi, e chi, quando ci prova, incontra solo un fondo grigio.

In psicoterapia, lo vedo spesso: la capacità di immaginare è strettamente legata alla possibilità di sentire.
Se mi è stato insegnato che le emozioni sono pericolose, inutili o ridicole, anche le immagini che potrebbero portarle in superficie tendono a spegnersi. In questi casi, un supporto visivo esterno – come delle immagini che scorrono – può funzionare come un ponte: non si chiede alla persona di “inventare da zero”, ma di lasciarsi toccare da qualcosa che vede e ascolta, piano piano.

L’intelligenza artificiale come pennello

Le immagini del video di questo mese non sono state scattate con una macchina fotografica, ma generate con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.
Ci tengo a dirlo apertamente: non per fare effetto, ma per trasparenza. Ho usato uno strumento tecnologico come si userebbe un pennello digitale, chiedendogli di tradurre in forme visive ciò che la mia voce racconta. Il risultato sono scenari evocativi che seguono il filo dell’immaginata, cercando di accompagnare chi guarda in uno stato di rilassamento e di apertura interiore.

L’intelligenza artificiale, in questo, può essere uno strumento straordinario.
Permette di creare in pochi minuti immagini che, un tempo, avrebbero richiesto ore di lavoro tecnico; può aiutare nella ricerca di informazioni, nella strutturazione di testi, nella traduzione, nella correzione, nella proposta di spunti creativi. Può diventare un alleato potente, soprattutto quando viene messo al servizio della cura, della divulgazione, dell’arte.

Il rischio di delegare troppo

Ma come ogni strumento potente, l’AI porta con sé un rischio sottile: la delega eccessiva.
Più demandiamo all’intelligenza artificiale funzioni che appartengono alla nostra mente, più corriamo il pericolo di atrofizzare alcune capacità: la concentrazione, la memoria, l’immaginazione, il pensiero critico. Se facciamo scrivere sempre a lei, penserà sempre meno la nostra testa; se facciamo immaginare sempre a lei, vedranno sempre meno i nostri occhi interiori.

Questo non significa demonizzarla.
Significa ricordare che, come ogni strumento, va usata con buonsenso e prudenza. L’AI può scrivere, ma non può vivere al posto nostro; può creare immagini, ma non può sentire le nostre emozioni; può generare risposte, ma non può assumersi la responsabilità delle nostre scelte. Sta a noi decidere quanto spazio darle e dove mettere un limite.

Nel mio lavoro, cerco di usarla per amplificare, non per sostituire.
Se crea immagini per un’immaginata, lo scopo è aiutare il paziente o il lettore a entrare più facilmente in contatto con il proprio mondo interno, non evitare quel contatto. Se suggerisce una formulazione migliore per una frase, la accolgo come si accoglierebbe un buon consiglio editoriale, ma il nucleo dell’esperienza – clinica, umana, poetica – deve restare profondamente mio, e di chi si affida a me.

Coltivare le nostre funzioni umane

La tecnologia, quando è ben usata, ci libera tempo ed energie.
Il punto è: che cosa facciamo con quel tempo e con quelle energie? Se le usiamo per studiare di più, pensare meglio, stare più profondamente con le persone, prenderci cura del corpo e dell’anima, allora l’AI diventa un alleato. Se, invece, il tempo “guadagnato” lo riempiamo solo di altro rumore, di distrazioni, di automatismi, rischiamo di diventare sempre più efficienti e sempre meno presenti.

Le funzioni umane di cui non possiamo fare a meno sono proprio quelle che nessuna macchina può sostituire:

  • la capacità di provare empatia per il dolore dell’altro
  • la tenerezza verso i nostri limiti
  • il coraggio di sostare nel dubbio senza una risposta immediata
  • la creatività che nasce dall’errore, dal fallimento, dalla sorpresa
  • la capacità di generare senso, non solo dati

Sono queste le funzioni che vanno allenate, come muscoli delicati.
Se facciamo fare tutto a un’intelligenza esterna, rischiamo di dimenticare quanto sia prezioso il lavoro lento della nostra mente: leggere un libro intero invece che un riassunto, scrivere una pagina a mano, lasciar nascere una poesia, ascoltare una persona senza fretta, stare qualche minuto in silenzio senza riempirlo di contenuti.

Un invito a chi guarderà il video

l video di questo mese è, per me, un esperimento doppio.
Da una parte, è un nuovo modo di accompagnare chi fatica a immaginare, usando immagini generate dall’AI come supporto al rilassamento e all’immaginazione guidata. Dall’altra, è un’occasione per riflettere insieme su come vogliamo usare questi strumenti nella nostra vita quotidiana.

Mi interessa molto sapere come lo vivrai:

  • Ti aiuta la presenza delle immagini o ti distrae?
  • Riesci a rilassarti di più o di meno rispetto alle immaginate solo vocali?
  • Senti che le immagini ti aprono qualcosa dentro, o ti sembra che occupino troppo spazio?

Il mio desiderio è che la tecnologia resti un mezzo, non un fine.
Che continuiamo a usarla per amplificare l’umano, non per sostituirlo. Che ci permetta di raggiungere più persone, in modi diversi, senza rinunciare alla profondità, alla lentezza, alla responsabilità che ogni lavoro sulla psiche richiede.

La domanda che ti lascio, per questo mese, è semplice:
in quali ambiti la tecnologia ti sta davvero aiutando a crescere, e in quali, invece, senti che rischia di rubarti qualcosa di essenziale – tempo, attenzione, immaginazione, presenza?

Riconoscerlo è il primo passo per tornare a usare gli strumenti a nostro favore,
senza smettere di coltivare ciò che ci rende, nel senso più pieno, umani.

Dott. Fulvio d'Ostuni

Mi chiamo Fulvio d’Ostuni e sono un medico psicoterapeuta. Ho un passato da chirurgo, perché ero fermamente convinto che un chirurgo potesse salvare più vite di un clinico. Poi un incidente in moto cambiò la mia vita. Grazie alla scuola di psicoterapia di Riza Psicosomatica ho unito la mia storia medica alla psicoterapia e mi sono evoluto come medico psicoterapeuta . Oggi mi sento pronto ancora di più a dare il mio contributo agli altri.

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