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Quando fa caldo fuori….e dentro il clima del mondo e dell’anima

Da settimane il caldo è diventato una presenza costante.
Non è più solo “estate”: è un calore che sembra non finire, un peso sulle spalle, un’aria diversa. Le città si trasformano in fornaci, le notti si fanno più corte, il corpo chiede acqua, ombra, tregua. Quello che viviamo non è solo un fastidio stagionale: è un segno evidente di un cambiamento climatico che gli scienziati ci stanno annunciando da anni, con dati, grafici, appelli.

Eppure, a guardare la scena globale, sembra che il mondo – soprattutto chi ha responsabilità politiche – non se ne occupi davvero.
Si fanno conferenze, si fanno proclami, ma le azioni restano timide, lente, spesso contraddittorie. È come se ci si muovesse sempre “un po’ troppo tardi”: quando l’emergenza è già esplosa, quando le temperature record sono già qui, quando l’aria è già diventata un avvertimento fisico, quotidiano.

Il pianeta che manda segnali

La Terra manda segnali da molto tempo.
Siccità, incendi, scioglimento dei ghiacci, eventi estremi, estati che iniziano a giugno e non finiscono più, inverni strani, piogge improvvise. Sono messaggi chiari: “Così non va”. Gli scienziati, come i terapeuti del pianeta, lo ripetono da anni: questo è il frutto del nostro non prenderci cura della casa in cui viviamo, dell’illusione che si possa sfruttare tutto all’infinito senza conseguenze.

Eppure, molti di noi continuano a vivere come se il clima fosse un dettaglio, un argomento da telegiornale, non qualcosa che entra nel corpo ogni giorno.
Solo quando il caldo diventa insopportabile, quando i limiti fisici si fanno sentire, quando la sofferenza è tangibile, iniziamo a dire: “È troppo”. Ma, a quel punto, è già iniziata una fase nuova, alla quale non basta un piccolo aggiustamento: bisogna cambiare abitudini, ritmi, magari anche parti del nostro stile di vita.

Il clima dell’anima e del corpo

Lo stesso meccanismo, spesso, si ripete dentro di noi.
Il corpo e l’anima mandano segnali molto tempo prima che compaia un sintomo importante. Stanchezza cronica, irritabilità, insonnia, fame nervosa, tristezza senza motivo apparente, piccole tensioni muscolari, mal di testa ripetuti, cali di energia, difficoltà di concentrazione. Sono come i “giorni di caldo” che precedono la vera ondata: qualcosa dentro di noi dice che c’è un sistema che va rivisto, un equilibrio che si sta spezzando.

Se li ascoltiamo, questi segnali diventano opportunità.
Possiamo fermarci, chiederci che cosa stiamo facendo alla nostra “terra interna”: stiamo sfruttando troppo le risorse? Stiamo ignorando bisogni fondamentali? Stiamo bruciando energie senza mai rigenerarle? Possiamo cambiare prima che arrivi il collasso.

Ma se guardiamo noi stessi con gli stessi occhi con cui la politica guarda il pianeta – minimizzando, rimandando, sperando che “passi da solo” – rischiamo di non fare nulla fino a quando non esplode qualcosa.
Un sintomo forte, una patologia psicosomatica, un crollo emotivo, una crisi improvvisa. È il momento in cui il corpo e l’anima dicono: “Adesso devi ascoltare, non puoi più far finta di niente”.

Quando è troppo tardi per tornare indietro

Ci sono condizioni, nel mondo e nella psiche, da cui non si torna del tutto indietro.
Alcuni danni ambientali non sono reversibili: specie scomparse, ghiacciai sciolti, ecosistemi stravolti. Allo stesso modo, dentro di noi, certe ferite non si cancellano: ci sono traumi che lasciano segni, ci sono anni di stress che modificano profondamente il nostro equilibrio, ci sono atteggiamenti verso il corpo che, dopo un certo punto, diventano vere e proprie patologie.

Questo non significa che dopo l’esplosione sia inutile fare qualcosa.
Significa che, da quel momento in poi, non si tratta più di “tornare come prima”, ma di imparare a vivere in un nuovo clima, con nuove regole. Bisogna adeguarsi al cambiamento, accettare che una parte del percorso sarà fatta di fatica, come quando cerchiamo di riposarci in una stanza troppo calda sapendo che non possiamo spegnere il sole.

In psicosomatica, lo vedo spesso: persone che arrivano a chiedere aiuto quando il corpo, ormai, non può più essere ignorato.
Una malattia, un sintomo importante, un blocco. In quel momento si apre una strada di lavoro possibile, ma si porta anche il peso dei messaggi non ascoltati prima. È come scottarsi: si impara la lezione, ma la pelle, almeno per un po’, rimane sensibile, segnata.

Imparare la lezione dopo essersi scottati

“Dopo che ci si è scottati, si impara a rispettare il fuoco”, dice la saggezza popolare.
Oggi, nel caldo di luglio, questo proverbio acquista un sapore concreto: ci stiamo scottando come collettività, stiamo sentendo sulla pelle il peso di scelte fatte senza pensare al domani. Possiamo lamentarci, possiamo cercare solo ventilatori e condizionatori, oppure possiamo iniziare a chiederci seriamente che cosa significa, per noi, prenderci cura del pianeta.

Lo stesso vale per la nostra vita interna.
Dopo una crisi, una malattia, una caduta, abbiamo l’occasione di non ripetere gli stessi schemi: imparare a rallentare, a dire di no, a dare valore al riposo, a nutrire l’anima, a chiedere aiuto prima che i segnali diventino urla
. Non è facile. Richiede disciplina, umiltà, coraggio di riconoscere che non eravamo onnipotenti. Ma è anche un modo per onorare il dolore attraversato: “Mi sono scottato, ora imparo a non mettere più la mano lì nello stesso modo”.

Un invito a guardare il clima interno

Questo luglio ci offre un doppio specchio:

  • il clima fuori, che ci parla del mondo che abbiamo costruito
  • il clima dentro, che ci parla della vita che stiamo costruendo ogni giorno

La domanda che vorrei lasciarti, per questo mese, è duplice:

Che cosa ti dice il caldo di questi giorni sul modo in cui ci stiamo prendendo cura del pianeta?

E quale “caldo interno” stai ignorando da troppo tempo – un segnale del corpo, dell’anima, delle relazioni – che meriterebbe di essere ascoltato prima che diventi un incendio?

Forse non possiamo cambiare tutto subito, né fuori né dentro.
Ma possiamo iniziare a non trattare più i segnali come rumore di fondo
. Possiamo scegliere di prenderci cura prima, non solo dopo l’esplosione. Perché, se è vero che a volte si impara solo dopo essersi scottati, è altrettanto vero che una volta imparata la lezione, abbiamo la responsabilità di non dimenticarla.

E di fare, ogni giorno, un piccolo gesto in più per rendere il clima – del mondo e della nostra anima – un po’ più vivibile.

Dott. Fulvio P. d’Ostuni

Dott. Fulvio d'Ostuni

Mi chiamo Fulvio d’Ostuni e sono un medico psicoterapeuta. Ho un passato da chirurgo, perché ero fermamente convinto che un chirurgo potesse salvare più vite di un clinico. Poi un incidente in moto cambiò la mia vita. Grazie alla scuola di psicoterapia di Riza Psicosomatica ho unito la mia storia medica alla psicoterapia e mi sono evoluto come medico psicoterapeuta . Oggi mi sento pronto ancora di più a dare il mio contributo agli altri.