Al momento stai visualizzando Il nostro disagio come bussola interiore
disagio uomo moderno

Il nostro disagio come bussola interiore

Siamo abituati a considerare il disagio come qualcosa da zittire in fretta.
Un fastidio di cui liberarci il prima possibile: un’ansia da calmare, una tristezza da scacciare, un’inquietudine da coprire con rumore, impegni, notifiche, cibo, lavoro. Eppure, se ci fermiamo ad ascoltarlo davvero, il disagio non è solo un nemico da combattere: è una bussola interiore che prova a indicarci che qualcosa, dentro di noi o nella nostra vita, chiede attenzione.

Il riflesso di scappare da ciò che sentiamo

Nel quotidiano, corriamo così tanto che spesso non sappiamo più nominare ciò che proviamo.
Parliamo di “stress”, di “nervi”, di “periodo pesante”, ma in realtà, sotto queste etichette, ci sono emozioni molto più precise: paura, rabbia, vergogna, senso di vuoto. Non appena fanno capolino, il riflesso è quello di allontanarle: accendiamo uno schermo, apriamo il frigorifero, ci tuffiamo nel lavoro, ci riempiamo di parole o ci isoliamo nel silenzio.

È lo stesso meccanismo che, nelle festività, fa emergere l’ansia dietro la facciata della gioia obbligatoria: quando la routine si ferma, il rumore si abbassa e il disagio torna a farsi sentire.
Non è cattiveria del disagio, è coerenza: ciò che non ascoltiamo non scompare, aspetta. E più a lungo aspetta, più si fa sentire con sintomi che definiamo “strani”, ma che spesso sono messaggi rimasti in sospeso.

Il disagio non è un difetto di fabbrica

Molte persone vivono il disagio come una prova di inadeguatezza personale: “se sto male, significa che io sono sbagliato”.
È un’idea radicata, che si nutre di modelli di perfezione emotiva: sempre sereni, sempre centrati, sempre produttivi. In questa visione non c’è spazio per la fragilità, quindi non c’è spazio nemmeno per l’umanità. Il disagio diventa allora una macchia da nascondere, non un messaggero da decifrare.

Eppure, se torniamo a una saggezza più antica, scopriamo che il dubbio, l’inquietudine, l’angoscia sono stati che hanno accompagnato da sempre il pensiero umano.
I filosofi non cercavano di eliminare il turbamento, ma di capirlo; gli scrittori non scappavano dalla malinconia, la trasformavano in parole; gli artisti non anestetizzavano il dolore, lo convertivano in forma e colore. Il disagio, in questa prospettiva, non è un difetto di fabbrica, ma un invito a fermarsi, a interrogarsi, a cambiare direzione.

Cosa ci sta dicendo il nostro disagio?

Provare disagio significa, spesso, che qualcosa non è allineato: tra ciò che siamo e ciò che mostriamo, tra ciò che desideriamo e ciò che facciamo, tra ciò che sentiamo e ciò che ci permettiamo di sentire.
Come un allarme che suona in una casa di notte, il disagio non è piacevole, ma è utile. Non pensiamo mai di rompere l’allarme perché ci sveglia: cerchiamo l’incendio, la finestra aperta, il pericolo. Con le emozioni, invece, facciamo il contrario: spegniamo il segnale e lasciamo che la casa bruci.

Una domanda semplice, ma potente, può diventare un primo passo diverso:
“Se questo disagio avesse voce, che cosa mi direbbe?”.
Forse direbbe che stiamo chiedendo troppo a noi stessi, o troppo poco. Che stiamo ignorando un lutto da elaborare, una rabbia mai espressa, una scelta che non sentiamo più nostra. O che continuiamo a trascinare nel presente pesi che appartengono al passato, come una coperta pesante che non scalda più ma non abbiamo il coraggio di togliere.

Dalla fuga all’ascolto: piccoli gesti concreti

Non si passa dalla fuga all’ascolto dall’oggi al domani.
Proprio come per lo studio, per la cultura, per ogni vera crescita, serve tempo, disciplina gentile e ripetizione. Non si diventa sapienti in un weekend, e non si impara ad ascoltare il disagio con una sola seduta, un solo libro o un solo video. Ma qualche gesto concreto può aiutarci a iniziare:

  • Dare un nome alle emozioni. Prendersi ogni giorno qualche minuto per chiedersi: “Che cosa sto provando, esattamente?”. Non “sto male” in generale, ma: tristezza, paura, ansia, vergogna, solitudine. Nominare è il primo passo per non esserne travolti.
  • Scrivere invece di trattenere. Tenere un quaderno del disagio, dove lasciare fluire pensieri e sensazioni senza censura. Non serve scrivere bene, serve essere sinceri. La pagina può diventare uno spazio in cui ciò che non si osa dire a voce trova finalmente forma.
  • Chiedere compagnia, non soluzioni rapide. Condividere il proprio stato con qualcuno di fiducia non per ricevere frasi fatte (“andrà tutto bene”), ma per sentirsi meno soli dentro ciò che si prova. A volte il vero sollievo non è togliere il disagio, ma smettere di portarlo da soli

Il coraggio di restare nella domanda

Il disagio ci chiede di rallentare, in un mondo che ci spinge solo ad accelerare.
Chiede di fare spazio al silenzio, mentre tutto intorno è pieno di rumori, di contenuti, di distrazioni. Chiede di avere il coraggio di restare nella domanda, prima di correre verso una risposta qualsiasi. È un invito scomodo, perché ci espone alla sensazione di non avere il controllo, ma proprio lì può nascere una forma più profonda di libertà interiore.

Sulla mia scrivania, insieme ai molti libri ancora da leggere, ci sono anche le storie dei disagi che incontro ogni giorno: in studio, nelle mail, negli sguardi di chi si siede davanti a me. Il mio cruccio rimane lo stesso: non avere mai abbastanza tempo per comprendere tutto fino in fondo. Ma forse è proprio questo il punto: non finire mai davvero di imparare a stare con ciò che ci abita dentro.

Il disagio non è un ospite da sfrattare il prima possibile, ma un compagno di viaggio da interrogare, ogni volta un po’ di più.
La domanda che vorrei lasciarti, per questo inizio anno, è semplice e radicale:

“Se smettessi di combattere il mio disagio e provassi, almeno per qualche istante, ad ascoltarlo, che cosa potrebbe cambiare nella mia vita?”.

E tu? Vuoi venire con me anche in questo tratto di strada, dove non prometto certezze, ma la possibilità di incontrarti un po’ più in profondità?

Dott. Fulvio d'Ostuni

Mi chiamo Fulvio d’Ostuni e sono un medico psicoterapeuta. Ho un passato da chirurgo, perché ero fermamente convinto che un chirurgo potesse salvare più vite di un clinico. Poi un incidente in moto cambiò la mia vita. Grazie alla scuola di psicoterapia di Riza Psicosomatica ho unito la mia storia medica alla psicoterapia e mi sono evoluto come medico psicoterapeuta . Oggi mi sento pronto ancora di più a dare il mio contributo agli altri.