Un pomeriggio ho portato mia figlia ad un appuntamento programmato come tutti i giovedì pomeriggio.
Purtroppo, avevo ricevuto un messaggio dalla persona da cui dovevamo andare che mi aveva avvisato che quell’appuntamento sarebbe saltato per sue questioni personali.
Io, probabilmente, per la fretta, i tanti impegni o semplicemente perché doveva andare così non ho letto il messaggio e mi sono presentato con la mia bambina in un luogo chiuso.
E ora? Abbiamo due ore di tempo e niente da fare, potrei tornare a casa prima, scrivere un articolo, studiare un po’, ma c’è il sole, sono con lei e mi voglio godere il momento.
“Tesoro, ti va se ti porto al parco giochi?”
Immaginate lo sguardo…siamo al parco giochi con altri bambini lei io e la felicità, tutti e tre a correre e saltare, io correre e saltare no ma con l’anima si.
Lei decide di salire su un castello gonfiabile, nella discesa la caviglia sinistra si impunta un po’ e lei piange…poverina. Necessità di intervento, di coccole e consolazione e in fondo ad un padre quei momenti intimamente piacciono, quando si comprende che non è niente di grave il nostro consolare ci da gusto.
Il pianto finisce e il gioco riprende.
Sale sui tappeti e inizia a saltare, chiede ad un bambino più grande di età, 12 contro 6, se può saltare con lui, lui risponde:”no, il tappeto è mio”, lei insiste e si mette a saltare con lui, io sono poco reattivo, forse dovrei dirle di spostarsi, non lo faccio.
Il bambino inizia a saltare molto in alto, si vede che vuole saltare in alto fino a toccare il cielo, al terzo salto però atterra proprio storto, volontariamente sui suoi piedi, allo scopo di punirla, come i difensori centrali sugli attaccanti troppo “fastidiosi”. Un bel “pestone” di avvertimento.
L’avrà visto in televisione, lì avrà sentito dire da qualche adulto che bisogna farsi giustizia da soli, che bisogna difendere i propri spazi.
I bambini imparano la cattiveria dagli adulti. Loro, liberi da tutto, non la concepiscono. Ma essendo un bambino non conosce l’arte dell’autoregolazione, che peraltro è così poco diffusa e atterra sulla caviglia sinistra.
L’urlo è atroce!
Mi lancio sui tappeti, spero in una contusione, grido al bambino: ”ma cosa hai fatto!” Lui mi guarda in volto, abbassa gli occhi e se ne va a giocare da un’altra parte. Imparerà, speriamo per lui il senso di responsabilità di confrontarsi con i propri errori nella vita, ma forse è troppo presto.
Provo a convincerla che è una contusione e che passerà presto, ma le urla sono troppo forti.
Siamo in pronto soccorso, con tanto dolore.
La caviglia è evidentemente fratturata.
Dopo le radiografie e le visite e le lacrime incessanti alzo la voce e chiedo ai parenti sanitari se provano gusto a vedere i pazienti urlare dal dolore. Si affrettano a somministrare un antidolorifico.
Mentre eravamo lì notavo come già in passato, nelle mie vicissitudini personali, la trasparenza.
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I pazienti diventano trasparenti. I sanitari passano al loro fianco, loro urlano e piangono e nessuno si ferma, forse non li vedono, magari è un effetto visivo frequente in quei corridoi e forse non solo in quei corridoi.
Il mondo ci sta addestrando all’indifferenza, l’anima non conosce il concetto essendo connessa alle altre anime dei viventi e all’anima del mondo come le radici di una pianta in una foresta, connesse come un organismo unico.
Siamo usciti e tornati a casa dopo una notte di ricovero in osservazione e un gesso fino all’inguine, abbiamo vinto un letto ospedaliero noleggiato, una sedia a rotelle e tanti giorni difficili.
Cosa possiamo trarre da questa esperienza?
Sicuramente questa esperienza ha un senso evolutivo per tutti noi, per lei potrà insegnarle a non fidarsi proprio di tutti, a me ha insegnato che forse la mia presenza a casa con loro deve crescere, che la famiglia ha bisogno della presenza di tutti, come una grande rete da pesca che può essere funzionale e raccogliere pesci sono se tutti i filamenti sono sani, se ne viene a mancare uno si crea un buco e la rete non raccoglie niente.
Spero che insegni qualcosa anche a quel bambino e magari anche ai suoi genitori.
Spesso nei messaggi educativi che passiamo ai nostri figli ci facciamo influenzare dai nostri complessi, le nostre ansie, le nostre paure e il nostro desiderio di rivincita.
Il segreto invece sarebbe di crescerli senza educarli, di guardare la loro crescita stando un passo indietro per coprire loro le spalle senza però mostrargli la via da percorrere.
La vita è costellata di momenti difficili e di imprevisti. La nostra missione non è quella di avere paura, bensì quella di imparare e comprendere che ogni tappa servirà ad una nuova evoluzione, l’aggiunta di una nuova parte di noi che ci amplierà e ci farà divenire.
Il dolore è il maggiore produttore di cambiamento anche se tutti lo temiamo.
Mia figlia guarirà e camminerà e io con lei.


