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disagio psicologico

Il disagio psicologico

Quel rumore di sottofondo, quella voce che non tace mai, quel pensiero che non si ferma mai.

Il disagio è il sintomo dei sintomi, è estremamente diffuso e allo stesso tempo spesso non riconosciuto.

Non ha delle caratteristiche tipiche come l’ansia o gli attacchi di panico o la visibilità di un disturbo psicosomatico, lui è subdolo, c’è ma non si vede bene, è difficile da descrivere anche per chi ne soffre, spesso è così subdolo da mascherarsi per normalità o caratterialità.

Quante volte ho visto in seduta pazienti parlare del loro disagio senza ancora averlo intercettato.

Chi mi racconta di come tutte le sue relazioni sentimentali sono brevi e tormentate.

Chi mi parla di sentirsi scontento per il lavoro che fa, ma che nei numerosi cambi effettuati non ha mai trovato un miglioramento. Chi ancora riferisce una costante tristezza e l’impossibilità di essere felici o almeno sereni.

Quante volte ho trovato persone che si sentono “fuori posto”, oppure nel tempo sbagliato, nella relazione sbagliata, nella casa sbagliata, nella vita sbagliata.

Il disagio psicologico viene descritto in tanti modi: proviamo ad elencarli.

Il senso di inadeguatezza

Sentirsi sempre non all’altezza in qualunque situazione pratica o relazionale, il pensare ad esempio che qualsiasi cosa facciamo la facciamo male o peggio della maggioranza delle persone che magari inoltre ci giudicano o deridono. Il sentirsi sempre delusi da se stessi essere nello stesso momento giudici severissimi di noi stessi e vittime del giudice severissimo. Trovarsi come dicevamo prima nel luogo sbagliato o nel tempo sbagliato o entrambi, sentirsi in altre parole “fuori posto”.

Il senso di solitudine

Sentirsi sempre soli e abbandonati, nessuno ci comprende veramente e conosce davvero i nostri sentimenti e bisogni. Spesso in un contesto del genere si cade nelle braccia di chiunque alla ricerca disperata di comprensione finendo quasi costantemente ancora più feriti e svuotati, usati da chi consciamente o inconsciamente approfitta della nostra fragilità. Spesso al senso di solitudine si aggiunge la paura o l’esperienza dell’abbandono. L’abbandono è un evento grave che può colpire chiunque di noi e farci scivolare nel dolore e nella disperazione, la perdita di un caro per un evento di malattia, ma anche per un tradimento è un dolore difficile da superare in cui ci vuole tempo e spesso aiuto, ma nel disagio si vive come un dolore insuperabile anche una piccola cosa e si percepisce come abbandono la fine di una relazione magari iniziata da poco e con pochi presupposti. Ci sembra che il mondo crolli addosso anche se in realtà non è così e se un amico o un familiare ci dice che non è così grave la situazione noi non gli crediamo e ci sentiamo ancora più soli e incompresi.

Senso di solitudine

Il senso di sconfitta perenne

Il percepire di sbagliare tutto, il non riuscire mai a realizzarsi o realizzare un progetto desiderato. Spesso si pensa anche di essere sfortunati in quanto accadono episodi sempre contro i nostri progetti e spesso capita di condividere il nostro percorso con chi sembra costruito appositamente per farci notare i nostri fallimenti. In effetti se riuscissimo a vedere la nostra vita con altri occhi potremmo vedere una persona realizzata, con una buona famiglie, un lavoro stabile eppure la percezione personale è completamente opposta. Ogni piccolo episodio della vita diviene una partita decisiva, la finale delle finali e se le cose non vanno verso la vittoria c’è l’ennesimo crollo, l’ennesima sconfitta. Non si possiede la capacità di comprendere le cose importanti della vita e vederle con degli occhi neutri.

La sindrome dello scontento

Ossia colui che vive con chi non riesce a realizzare i propri progetti, che sente di essere capace di ogni successo ma si trova al proprio fianco sempre degli “inetti”. Un allenatore di una squadra perdente, la moglie di un marito incapace, la madre di figli inadeguati rispetto agli altri, l’impiegato di un ufficio in cui lavora bene solo lui. La certezza di avere qualità incredibili frenate dai limiti del mondo che ci circonda. Il “se fossi” o “se avessi potuto” diviene la costruzione semantica tipica. La deresponsabilizzazione ossia il credere che le cose non sono andate perché qualcun altro ha sbagliato da un lato rappresenta un alibi costante e dall’altro produce una corrente di giudizio e paragone sempre deleteria per tutti noi.

Come aiutare a evolversi e uscire da queste sabbie mobili?

Nelle sabbie mobili per salvarsi bisogna fare tre cose: la prima è trovare sotto i piedi un minimo appoggio, la seconda è cercare di muoversi il meno possibile per rallentare la discesa, la terza è cercare a portata di mano qualcosa da afferrare.

Ebbene nella vita la prima cosa rappresenta cercare una figura importante nella nostra vita, la certezza di chi ci vuole bene, la seconda è stare fermi, non prendere decisioni avventate, la terza ossia l’appiglio è la psicoterapia, qualcosa da prendere che ci permetta di tirarci fuori.

La psicoterapia potrebbe attraverso un percorso immaginativo riattivare la parte sana di noi, quella profonda che ci guidi fuori da questo tunnel e possa rallentare la presa di questa mente che per tanti motivi tende a renderci infelice. La spinta interiore benefica attivata bonificherà tutto l’ambiente e alleggerirà la nostra mente per farla tornare in una posizione neutra dopo una giusta disintossicazione da pensieri oscuri e pesanti.

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Dott. Fulvio d'Ostuni

Mi chiamo Fulvio d’Ostuni e sono un medico psicoterapeuta. Ho un passato da chirurgo, perché ero fermamente convinto che un chirurgo potesse salvare più vite di un clinico. Poi un incidente in moto cambiò la mia vita. Grazie alla scuola di psicoterapia di Riza Psicosomatica ho unito la mia storia medica alla psicoterapia e mi sono evoluto come medico psicoterapeuta . Oggi mi sento pronto ancora di più a dare il mio contributo agli altri.